Il mio Mato Grosso

di carlo guglielminotti bianco

Ugo e Daniele

Ugo e Daniele

“Al gent.mo Sig. Carlo, Con i miei più sinceri Auguri per un lieto SS.mo Natale e un sereno anno nuovo! Nelly, Dicembre 2012”. Sul retro copertina di un Oscar Mondadori che si conclude così: “ … Consegna ai tuoi figli un mondo che non sia rovinato. Abbi profonda fiducia nei giovani, essi risolveranno i problemi … .” Questa madre ha messo in pratica le parole di Carlo Maria Martini: ella ne serbava evidentemente così tanta di fiducia nel suo cuore per aprire le porte dei cortili sconosciuti del Mondo ad un figlio trentenne su di una bicicletta in solitaria.

 

I cortili. Il cortile dei palazzi ed il cortile del quartiere: l’oratorio. “Ho sempre desiderato vedere con i miei occhi come fosse l’Oratorio di Valdocco quando c’era Don Bosco. Il mio desiderio è stato esaudito qui, ai piedi delle Ande”. Così il cardinale Carlo Maria Martini visitando la missione peruviana di Chacas del salesiano valtellinese Ugo De Censi, iniziatore dell’Operazione Mato Grosso.

 

Uno di quei visionari che scrivono la Storia, uno di quelli che un dì “girano pagina”, imboccano una strada alternativa come in quel giorno di prima Estate del 1976, a 52 anni, un manipolo di ragazzi usciti dal riformatorio di Arese per raggiungere la casa parrocchiale in Val Formazza: direzione Sud, Chacas, un paesino sperduto dell’est del Perù, ai piedi della Cordigliera delle Ande, che gli ricordarono, nella loro maestosità, le montagne della sua Valtellina. Con una differenza: la povertà.

 

«Con los pobres de la tierra quiero yo mi suerte echar», canta una delle più famose melodie latinoamericane, Guantanamera: un verso che riassume, nella sua bellezza, la bellezza dell’esperienza missionaria di padre Ugo: «Con i poveri della terra voglio gettare la mia sorte». Gettare la sorte, scommettere, seminare un seme che a Chacas ha dato un frutto eccezionalmente abbondante, tanto da suscitare il riconoscimento emozionato del cardinale Martini.

 

E la sorte per un collaboratore molto vicino ad Ugo è stata fatale. Merita un cenno, perché è un martire dell’Omg. Come Gesù. Non uno qualsiasi. Uno che ha deciso di morire, soffrendo, per noi, Cristo, non si potrà mica ignorarlo.  

 

Si chiamava Daniele Badiali, padre Daniele. Il 16 marzo 1997, una domenica, dopo aver celebrato la messa serale nel paesino di Yauya, egli si trova improvvisamente la strada bloccata da pietre. Compare un bandito armato che chiede una persona in ostaggio. Una volontaria italiana, Rosamaria, fa per scendere dalla jeep, ma Daniele la ferma: «Vado io, tu rimani». In un biglietto da consegnare a padre Ugo è indicata una richiesta di riscatto per il prigioniero. Ma due giorni dopo, il 18 marzo, il corpo di padre Daniele viene ritrovato in una scarpata piena di pietre. Giorni prima, quando era ancora in libertà, aveva scritto a un amico in Italia, a proposito della “buona battaglia” della fede: «Soprattutto ci si accorge che la battaglia a favore di Dio è già persa… si deve morire sul campo di battaglia perché entri Dio a vincere il nemico, il diavolo. Noi dobbiamo solo preparare la venuta di Dio. Costa tanto, perché dobbiamo dare la vita per un Dio che conta sempre meno nella vita degli uomini. Te ne accorgerai ben presto, che quel Dio al quale desideri servire non è poi così tanto cercato e ben voluto dagli uomini. E più andrai avanti, più ti sembrerà che questo Dio scompaia dalla vita degli uomini, anche dalla nostra. Ti lascia da solo a rappresentarlo sul campo di battaglia. Ti chiederai spesso: – Ma quando arriverà il Signore? -. Non sentirai nessuna risposta, tu stesso dovrai dare la risposta con la tua vita. Il generale entrerà quando e come vorrà Lui… . Non conosciamo né il momento, né l’ora … . L’unica cosa certa sono le disposizioni lasciate per combattere il nemico: – Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri… Se vuoi essere mio discepolo prendi la mia croce e seguimi… -. Tuo compagno di battaglia, padre Daniele».

 

Dal martirio di padre Daniele è nato un fiorire di vocazioni nell’Operazione Mato Grosso. Oggi il seminario della diocesi di Huari vanta ogni anno decine e decine di aspiranti al sacerdozio e la missione di padre Ugo è più attiva e florida che mai.

 

Anche se lui, 91 anni il prossimo 26 Gennaio, non ne vuole sapere di nominare un successore, né di dare una regola, una struttura giuridica, un vertice istituzionale alla sua opera: «Se è opera di Dio», ripete spesso, «allora resterà. Altrimenti è meglio che finisca».

 

Un’esperienza aconfessionale, senza un’identità giuridica nella Chiesa, in cui sono accolti tutti quelli che hanno voglia di dare una mano. Come quando tutto cominciò 39 anni addietro, in Chacas: «Io credo che qui farò proprio il prete all’antica: catechismo, canto, visitare gli ammalati, messe… con questa gente che ha bisogno di pane, strade, lavoro, igiene. Per trovare soluzione a questi bisogni mi aiuteranno i ragazzi dell’Operazione che verranno».

Amen.

PS: per me il Mato Grosso non è più soltanto un vecchio ricordo legato al Brasile delle scuole Guglielmo Marconi di via Addis Abeba (Biella).

___